• Storia

    I RAGAZZI EBREI DI VILLA EMMA A NONANTOLA (1942-1943)

    Villa Emma in una cartolina degli anni Trenta

    All’inizio della Seconda guerra mondiale, in Germania e in Austria (annessa al Terzo Reich) gli ebrei sono spogliati di ogni diritto e cacciati ai margini dalla società. Confiscati i loro patrimoni, esclusi da ogni impiego che non sia di tipo manuale, sono per la maggior parte ridotti in miseria.
    Dopo il pogrom del 9 novembre 1938, con sinagoghe incendiate e negozi devastati, circa 30.000 uomini erano stati deportati nei campi di concentramento, e l’emigrazione, che fino a quel momento aveva conosciuto timidi movimenti, si trasformò in fuga di massa. Si riducevano però sempre più i paesi disposti ad accogliere profughi ebrei.
    Con lo scoppio della guerra, si passa all’arresto e alla deportazione nei campi di Sachsenhausen, Buchenwald e Dachau di tutti gli ebrei polacchi maschi di età superiore ai sedici anni. Donne e bambini finiscono così abbandonati a se stessi, e le famiglie, spesso numerose, sprofondano nell’indigenza. In questa fase inizia ad intervenire in loro soccorso Recha Freier, fervente sionista e direttrice della “Jüdische Jugendhilfe” (Assistenza ebraica ai giovani), cui fa capo l’organizzazione di un’aliyah [letteralmente: elevazione; termine che designa l’emigrazione in terra d’Israele] giovanile. La Freier visita le famiglie di stanza a Berlino, procura mezzi di sostentamento e partecipa all’organizzazione di convogli clandestini per la Palestina. Ma nel luglio 1940 viene costretta a fuggire. A Zagabria, dove ripara, ottiene l’appoggio delle organizzazioni ebraiche locali per il suo progetto: portare in Jugoslavia quanti più ragazzi possibile, nonostante le difficoltà logistiche che ciò avrebbe comportato, lungo le strade da lei percorse. Così per 90 ragazzi, in gran parte berlinesi, si profila la possibilità di attraversare i Balcani e proseguire per la Palestina.
    Prima della partenza, Recha è però costretta ad affidare un gruppo di essi - che non può aggregare ai partenti - a tre giovani sionisti. Uno è Josef Indig di Osijek, membro dello “Hashomer Hazair”, un’associazione giovanile sionista di ispirazione laica e socialista.

    Nell’aprile 1941 le truppe tedesche e italiane aggrediscono la Jugoslavia, dividendosi il controllo del paese. Zagabria e gran parte della Croazia finiscono sotto l’occupazione tedesca e, con la conseguente ascesa al potere del regime nazionalista e razzista degli Ustascia, la situazione per i giovani esuli si fa minacciosa. Indig decide quindi di condurre 43 ragazze e ragazzi in età dai sei ai diciotto anni, provenienti da Berlino, Francoforte, Lipsia, Amburgo, Vienna e Graz, nella Slovenia controllata dall’Italia; qui trovano alloggio in un vecchio castello di caccia a Lesno Brdo, vicino a Lubiana.
    Le autorità italiane autorizzano l’ingresso e il soggiorno, nonostante la frontiera sia chiusa ai profughi ebrei. Gioca probabilmente a loro favore la giovanissima età. L’episodio rimane comunque un’eccezione, e falliranno tutti i tentativi successivi di ottenere, per altri ragazzi ebrei, autorizzazioni legali all’ingresso in territorio italiano.
    La permanenza a Lesno Brdo dura un anno, dal luglio 1941 al luglio 1942. La cura del gruppo viene dapprima garantita da sei adulti e poi da nove: Indig fa da guida, Marco Schoky (Marek Silberschatz) di Lodz si presta come economo, Georg Bories (Boris Jochvedson), pianista berlinese, insegna musica. Al loro mantenimento provvede innanzitutto la Delasem (Delegazione per l’assistenza agli emigranti) di Genova, fondata nel dicembre 1939 in sostituzione di precedenti comitati assistenziali ebraici. A dirigerla è Lelio Vittorio Valobra. L’organizzazione si trova ad assistere fino a 9.000 profughi, gran parte dei quali, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, vengono internati in campi o sottoposti al soggiorno obbligato.
    La vita al castello è però assai dura. Spesso i ragazzi non hanno di che sfamarsi; i viveri vengono acquistati in gran parte al mercato nero, oppure presso contadini dei dintorni. Tuttavia a Lesno Brdo, dopo una lunga interruzione, i ragazzi possono riprendere le lezioni scolastiche. Molta importanza viene assegnata, per la futura vita in Palestina, allo studio dell’ivrith [ebraico moderno], della storia ebraica, della letteratura e della musica.
    Nei primi tempi giungono ancora sporadiche notizie di madri, sorelle, fratelli deportati in località dell’Europa orientale annesse alla Germania, ma presto cesseranno.
    Nella primavera del 1942 nella zona ha inizio la lotta dei partigiani jugoslavi. Non passa molto tempo e i combattimenti toccano le vicinanze del castello: di notte spesso si fanno vivi i ribelli, di giorno si presentano soldati e ufficiali italiani. Vista la situazione, la Delasem decide di trasferire i ragazzi in Italia; suo rappresentante a Modena è Gino Friedmann, che in passato era stato sindaco di Nonantola. E proprio qui, in vista del loro arrivo, viene presa in affitto Villa Emma, una imponente residenza di campagna con 46 stanze, all’epoca disabitata e in condizioni precarie.
    E’ il ministero dell’Interno ad accordare l’ingresso in Italia del gruppo, che dalla Slovenia in treno, attraverso Trieste, Venezia, Bologna e Modena, giunge a Nonantola il 17 luglio.

    All’epoca del soggiorno dei ragazzi, Nonantola conta circa 10.000 abitanti. Villa Emma, costruita nel 1898 da Carlo Sacerdoti, un proprietario terriero ebreo, si trova ai margini dell’abitato, circondata da circa 7 ettari di terreno coltivato, in origine perlopiù adibiti a parco.
    Nulla era stato predisposto per la sistemazione dei ragazzi.
    All’inizio sono così costretti a dormire su improvvisati giacigli di paglia, e passano alcune settimane prima che arrivino cose indispensabili per la vita quotidiana: tra queste, insieme a oggetti di prima necessità, un pianoforte a coda, così possono riprendere gli insegnamenti di Bories. Anche a Villa Emma, infatti, i ragazzi seguiranno lezioni scolastiche e per molte ore al giorno saranno occupati nei lavori di casa; il terreno attorno alla villa permette inoltre di sviluppare una pratica formativa legata agli ideali sionisti, quella dei lavori agricoli. A istruire i ragazzi provvede Ernesto Leonardi, un contadino del luogo. Dopo qualche tempo viene anche attrezzato un laboratorio di falegnameria, affidato a Hersz Naftali Schuldenfrei (ebreo precedentemente internato a Campagna, nel salernitano), che può accogliervi fino a nove ragazzi per volta.
    Nel novembre 1942 il magazzino della Delasem si trasferisce da Genova a Nonantola: esso occupa l’intera soffitta di Villa Emma, raccoglie aiuti e provvede a inviare pacchi agli oltre 6.000 ebrei internati in varie località italiane.
    Ma ora la Delasem, diversamente da Lesno Brdo, dove Indig aveva avuto piena autonomia nel dirigere il gruppo, pretende di organizzare la vita dei ragazzi, secondo propri intendimenti e con propri uomini. Lelio Vittorio Valobra nomina così direttore un giovane laureato in lettere, Umberto Jacchia, al quale Indig dovrà rispondere. Egli introduce uno stile ispirato alle scuole italiane, decisamente burocratico, fatto di istruzioni rigide da impartire a collaboratori e ragazzi. Le regole della vita in comune e i compiti di ciascuno vengono fissati per iscritto. Per l’assistenza medica del gruppo arriva a Nonantola una giovane dottoressa, Laura Cavaglione, che lavorerà a contatto con Giuseppe Moreali, medico condotto in paese. Grande significato viene poi assegnato alla vita religiosa, praticamente assente a Lesno Brdo; viene così predisposta una stanza per le funzioni, con un rotolo della Torah; al sabato e per le festività la partecipazione ai riti sarà obbligatoria. In seguito si provvede a organizzare la cucina secondo regole kosher. Le novità introdotte dalla Delasem e lo stile dirigenziale di Jacchia provocano notevoli problemi a Indig, che si sente emarginato e vede messi a rischio i suoi principi educativi sionisti e democratici. Nel giro di due mesi si dimette da tutti gli incarichi, limitandosi a insegnare l’ivrith, ma continuando di fatto a esercitare un forte influsso sui ragazzi.
    Essendo vigenti in Italia le leggi razziali, la Delasem teme che contatti frequenti tra i ragazzi e gli abitanti di Nonantola possano indispettire le autorità locali. Viene perciò fissato un regolamento per le uscite, secondo il quale si può lasciare la villa soltanto accompagnati da un adulto o con un’autorizzazione scritta del direttore. Ma i ragazzi finiranno per rispettare sempre meno queste norme, anche perché da parte delle autorità non vi sono contestazioni. Nascono così numerose amicizie con i coetanei del luogo, accompagnate dalla benevolenza dei nonantolani.
    Nella primavera del 1943 prende corpo il progetto di accogliere a Villa Emma altri 33 ragazzi provenienti da Spalato (situata sulla fascia costiera dalmata annessa all’Italia). Quasi tutti orfani, arrivano a Nonantola il 14 aprile 1943, con due accompagnatori, facendo salire a 73 ragazzi e 13 adulti il numero dei rifugiati, e rendendo più precari gli spazi e gli equilibri interni.
    Sarà difficile integrare i due gruppi: pesano diversità culturali e di abitudini, l’età (mediamente più piccoli gli spalatini) e, soprattutto, la barriera linguistica. Il clima diventa in alcuni casi così aspro che Jacchia prova anche a separarli, manifestando evidenti difficoltà nel gestire la situazione. Così, su consiglio di Friedmann, Valobra dà corso ad una sorta di direzione collegiale, composta da Indig, Bories, Schoky e Armand Moreno (arrivato da Spalato).

    La caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, e la nomina di Pietro Badoglio a capo del governo gettano pochi riflessi sulla vita del gruppo; destano però inquietudine l’istituzione a Nonantola di un ospedale militare tedesco e la presenza sempre più frequente di soldati per le strade.
    L’8 settembre 1943 viene annunciata alla radio la firma dell’armistizio tra il governo Badoglio e gli Alleati: con l’occupazione tedesca alle porte, a Villa Emma tutti sanno di avere nuovamente la vita in pericolo, così la sera stessa Indig si reca da Giuseppe Moreali; questi suggerisce di sistemare i ragazzi nel seminario dell’abbazia, in quel momento praticamente vuoto per le vacanze scolastiche, e si mette in contatto con l’amico don Arrigo Beccari, tramite fondamentale per convincere il rettore, don Ottaviano Pelati, ad accogliere i giovani minacciati. Il 9 settembre, con le truppe tedesche già a Nonantola, una trentina di ragazze e ragazzi raggiungono - per vie traverse, in modo da passare inosservati - il seminario. Nel giro di poco tempo, le ragazze vengono trasferite in un locale occupato da suore e tutti gli altri, specie i più grandi e la maggioranza degli adulti, distribuiti presso famiglie di contadini o in case del centro storico. Si realizza così un rifugio diffuso, che da un lato risponde ad esigenze pratiche, dall’altro si rivela strategico per l’organizzazione dei nascondigli.
    Questa fase dura circa cinque settimane. Indig, che stabilisce nel seminario il suo “quartier generale”, ammira l’aiuto prestato da sacerdoti e suore; tramite messaggeri, si tiene in contatto con i ragazzi sistemati nei dintorni; a volte azzarda delle uscite, per affrontare qualche problema o dirimere questioni urgenti. Molte famiglie, coraggiosamente e generosamente, si trovano a condividere l’abitazione e il desco con i ragazzi, che per lo più ospitano in condizioni di fortuna, facendoli dormire su giacigli di paglia, nei fienili o nelle stalle, e impiegandoli nelle attività quotidiane. Tutti gli scampati ricorderanno la solidarietà dei nonantolani come la pagina più commovente dei loro anni di fuga.

    Ma Indig conosce bene il rischio, e sa che questa situazione non può protrarsi a lungo, perché espone i suoi protetti al pericolo di arresti e retate. Si prende così in considerazione, dapprima, una fuga verso l’Italia meridionale, già liberata dagli Alleati. Ma a seguito dell’arrestarsi del fronte sulla linea Montecassino-Ortona, si guarda senza indugio alla Svizzera. Per valutare la situazione nei pressi del confine, Indig e Pacifici, unico collaboratore della Delasem rimasto a Nonantola, si recano a Ponte Tresa, dove intercettano dei contrabbandieri disposti, a pagamento, a guidare il gruppo lungo il fiume Tresa, fino a un punto agevole per il guado, che permetta di oltrepassare la frontiera (nei pressi della quale stazionano però militari tedeschi del Zollgrenzschutz [guardie confinarie che presidiano le vie di fuga dall’Italia]). Per gli ebrei la procedura, dopo la cattura, prevede il passaggio dal comando di polizia tedesco di Como, prima della deportazione ad Auschwitz. L’atteggiamento delle autorità di frontiera elvetiche nei confronti dei profughi ebrei, inoltre, è spesso ambiguo.
    Da Nonantola nel frattempo si organizza la fuga. Prima si dirigono verso il confine tre-quattro gruppetti, a distanza di due giorni l’uno dall’altro. Ai ragazzi sotto i sedici anni viene concesso l’ingresso, secondo le norme vigenti in Svizzera, mentre i più grandi, con una sola eccezione, vengono rispediti in territorio italiano e tornano a Nonantola.
    Dopo questo parziale insuccesso, Indig e Pacifici si dirigono su Ponte Chiasso, dove entrano in contatto con organizzazioni sioniste che operano in Svizzera, le quali si mobilitano per ottenere dal governo elvetico la concessione del soggiorno per i ragazzi. Nuovamente, sulla scorta di precise garanzie, viene lasciata Nonantola, e tra il 6 e il 14 ottobre 1943 tre gruppi di 43, 26 e 6 persone raggiungono il confine, guadando nottetempo il fiume Tresa. Il gruppo più consistente, prima di avere la certezza dell’accoglienza, trascorrerà due giorni di angosciante attesa in un campo di accoglienza oltrefrontiera.
    Otto ragazzi e una ragazza, di età superiore ai diciassette anni, in accordo con Indig, in precedenza si erano separati dal gruppo per raggiungere gli Alleati in Italia meridionale. Tre riescono a passare il fronte; uno si legherà ai partigiani nelle Marche, dove combatterà fino alla liberazione; gli altri quattro e la ragazza raggiungeranno dapprima Roma, per poi tornare sul finire di novembre a Modena, dove si ricongiungeranno a Pacifici che li guiderà in Svizzera.
    Goffredo Pacifici non passerà la frontiera. Sceglierà di restare in Italia, accettando ancora una volta il ‘mestiere’ difficile e pericoloso del soccorso e dell’aiuto da dare ad altri fuggiaschi. Mestiere decisamente più duro se a svolgerlo è un ebreo, perché ci si espone all’arresto e alla deportazione. Verrà catturato dalla milizia fascista a Ponte Tresa, insieme al fratello Aldo, il 7 dicembre 1943. Incarcerati prima a Varese e poi a Genova, partiranno da Fossoli con l’ultimo convoglio per Auschwitz. Non faranno ritorno.

    Tutti i ragazzi si salvano.
    L’unico a essere deportato è Salomon Papo di Sarajevo, arrivato con il gruppo di Spalato. Dopo un breve soggiorno a Villa Emma, era stato ricoverato in un sanatorio sull’Appennino modenese, perché malato di tubercolosi. L’ultima notizia che si ha di lui è una lettera, inviata a Gino Friedmann il 3 novembre 1943.
    Cinque mesi dopo, il suo nome compare nella lista di un convoglio in partenza dal Campo di Fossoli per Auschwitz, dove sarà assassinato.
    In Svizzera ragazzi, ragazze e accompagnatori vengono dapprima distribuiti in diversi campi di internamento. Indig intende però riunirli nuovamente in un’unica località. Per questo, con l’appoggio di Nathan Schwalb, rappresentante dell’associazione giovanile sionista “Hechaluz”, e con l’aiuto dell’Associazione sionista svizzera, individua un albergo a Bex, nella valle del Rodano (con annessi edifici e terreni adatti per l’addestramento agricolo), dove, all’inizio del 1944, si registreranno i primi arrivi del gruppo.

    A guerra finita, il 29 maggio 1945, un primo convoglio lascia la Svizzera alla volta della Palestina: ne fanno parte 46 ragazzi accompagnati da Indig. Gli altri raggiungeranno la stessa meta in un secondo tempo. Non mancheranno altre destinazioni, come gli Stati Uniti e, in un caso, l’Inghilterra; pochissimi, con parenti ancora in vita, torneranno in Jugoslavia.
    Fino al 1947, Villa Emma fornirà periodicamente un approdo a circa cento ebrei che, dopo la liberazione dei campi di concentramento, attraverseranno clandestinamente il confine italiano nella speranza di potersi imbarcare per la Palestina. Ne assume la guida, in questo periodo, Marco Schoky, tornato a Nonantola insieme a Georg Bories e a due ragazze del gruppo originario.
    Il salvataggio dei ragazzi ebrei a Villa Emma resta un esempio di solidarietà e di coraggio civile pressoché unico nello scenario del secondo conflitto mondiale. Diversi e significativi segni ne portano memoria, nel corso degli ultimi decenni. Nel 1964 Don Arrigo Beccari e Giuseppe Moreali sono stati insigniti del riconoscimento di Giusti tra le Nazioni; nel 1998, in occasione del 50° anniversario della fondazione dello Stato di Israele, in onore dell’intera comunità di Nonantola, alcuni degli ex ragazzi hanno piantato cento alberi nel giardino dedicato all’ebraismo italiano; infine, nel 2003, il Sindaco di Haifa ha intitolato ai “cittadini di Nonantola” un parco pubblico, su iniziativa di un’ex ragazza di Villa Emma lì residente.


    Villa Emma: un racconto per immagini

    Progettata dal celebre architetto Vincenzo Maestri, Villa Emma fu costruita nel 1898 in via Mavora, alle porte di Nonantola, su commissione di Carlo Sacerdoti, un proprietario terriero ebreo di Modena che la volle come lussuosa residenza estiva di famiglia e la intitolò alla moglie. Già nel 1913, però, Sacerdoti fu costretto a venderla.

    Di seguito, due immagini della villa, risalenti al primo Novecento.
    Nella prima, si notano l’ampio giardino che la circondava e, in primo piano, il laghetto.
    Nella seconda, in basso, sulla sinistra, sono ripresi i proprietari (Famiglia Sacerdoti).



    Rimasta a lungo disabitata, al tempo del soggiorno dei ragazzi ebrei è di proprietà dell’Agenzia immobiliare Agellus di Milano, da cui la Delasem la prende in affitto.



    Nell’immagine a sinistra, del 1942-43, appaiono il colonnato e la terrazza (sulla quale si scorgono alcuni dei ragazzi) della facciata sud della Villa.
    Tra il 1946 e il 1947 (immagine a destra), l’edificio accolse reduci da campi di concentramento; nell’immagine vediamo un gruppo di ebrei dopo la liberazione.

    Villa Emma in un’immagine di oggi (a sinistra), dopo il restauro voluto dagli attuali proprietari (Famiglia Giacobazzi).
    A ridosso dell’ingresso laterale sud della villa, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, è stata apposta una lapide a memoria del soggiorno dei ragazzi ebrei (a destra).
    Da sottolineare, nel testo, il richiamo agli ideali di solidarietà e al contributo della popolazione nonantolana come segno di unione “fra popoli diversi”.
    Il numero di “107 ragazzi” allude probabilmente ai passaggi e alla presenza complessiva di persone nel periodo 1942-43.


    Come pecore ci condussero [in ebraico nel testo]
    NEGLI ANNI 1942–1943 / 107 RAGAZZI EBREI / PERSEGUITATI E CACCIATI DAI PAESI EUROPEI /
    OPPRESSI DAL NAZIFACISMO / A VILLA EMMA E DINTORNI / TROVARONO RIFUGIO E PROTEZIONE /
    CON IL GENEROSO E SPONTANEO SOSTEGNO / DI UMANA SOLIDARIETA’ / DEI NONANTOLANI /
    RAGGIUNSERO LA SALVEZZA / I CITTADINI DI NONANTOLA / RICORDANO QUESTO EPISODIO DI AMICIZIA / E DI COLLABORAZIONE FRA POPOLI DIVERSI / CHE LOTTARONO UNITI /
    CONTRO GLI ORRORI DELLA GUERRA
    21 APRILE 1985 - 40° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE
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